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Curiosita’ a New York: l’uomo tappeto

November 26, 2013 in New York, Stati Uniti

Un uomo entra in un bar, porta un tappeto sotto il braccio, si avvolge sdraiandosi sul pavimento, si copre il volte e aspetta che le persone passano sopra il suo corpo.

SI chiama Georgio T., ha 48 anni, nato a Malta e residente ora nel Connecticut. Di giorno fa il massaggio-terapista ma la notte si trasforma in un tappeto e partecipa a molte feste di vario tipo dove la gente lo calpesta.

“Decine di persone passano sul suo corpo, soprattutto donne con i tacchi. Alcuni sono timidi, altri sono audaci, alcuni danzano anche”

 Egli è diventato uno spettacolo occasionale nei bar di New York e un appuntamento fisso alle feste fetish sessuali .

Georgio ha scoperto la sua predilezione quando era un bambino , ha detto. ” Mi è piaciuto avere pesi su di me “, ha ricordato nel corso di una recente intervista con la sua voce dolce aromatizzata con un accento maltese. ” Mi piaceva avere i miei gatti che camminavano su di me. Qualcuno voleva essere medico, qualcuno falegname ma io volevo essere un tappeto.”

Georgio entra in una sorta di stato meditativo durante il quale può “lavorare” anche 12 ore di seguito.

La tariffa standard per il suo show è di circa 200$  più le mance. Georgio conosce solo un’altra persona a New York, che fa una cosa simile, un tizio che si fa chiamare Kevin Carpet.

Ma Georgio insiste sul fatto che la sua performance non è incentrata solo per fare soldi ma che lui ottiene il piacere genuino fuori di esso. “E ‘ il mio divertimento,” ha detto. “La gente mi paga per divertirmi  ”

 

 

Cristiano Prudente


Un musicista in Florida: la storia di Kiellitos

October 4, 2013 in Miami, Stati Uniti, Storie di Italiani in Giro

Abbiamo intervistato l’artista Kiellitos, 38 anni di origine pugliese, ma in realtà è cittadino del mondo Si è diplomato in chitarra classica ed ha studiato canto jazz e moderno con vari insegnanti americani e italiani di fama internazionale come Sheila Jordan, Donna McElroy, Elizabeth Sabine etc…

Lavora in giro per il mondo da quasi 20 anni come cantante chitarrista su: navi da crociera, resorts, in live music clubs e orchestra della Florida. Ha vissuto vari anni sia a Milano che a Roma, 4 anni in Brasile, e tantissimi mesi in luoghi meravigliosi del mondo. Dal 2009 ha iniziato a vivere tra l’Italia e L’America. Attualmente vive in Florida, Orlando e domani ove sarà? “…solo le ali del vento potranno sapere ove lo condurranno tra i mari del pianeta…”. Tutte le informazioni dettagliate sulla vita di Kiellitos si trovano nel sito www.michaelchiella.com

 

1- Ciao Kiellitos da quanto tempo vivi in USA? 

Ho iniziato a conoscere gli USA per la prima volta nel 2009 per una settimana e poi anno dopo anno, fino a restarci.

2-Di cosa ti occupi?

Canto e suono la chitarra su navi da crociera, resorts, orchestre, feste private, matrimoni e altre situazioni live.

3-Cosa ti piace di più della cultura americana?

Che sono rispettosi delle regole, civili e attuano concretamente i diritti e le regole per i lavoratori. E, se apri un ristorante, un pub o un qualsiasi negoziato in America, non arriva la mafia, la camorra o i delinquenti di zona a chiederti il pizzo e se non paghi te lo fanno saltare in aria “mi vengono i brividi, per non dire lo schifo solo a parlane”, questo in USA non succede più dai tempi di Al Capone! Con questo non voglio dire che in USA non esiste la corruzione o altro, tutto il mondo è paese non lo dimentichiamo mai, ma per lo meno certi orrori che viviamo in Italia qui non ci sono, lo stato, la società ti fanno respirare, se vuoi metterti in proprio e vivere senza la paura di essere sfregiato, calpestato o intimorito in tutti i sensi, puoi farlo con molta umiltà e tranquillità.

4-In Italia saresti potuto crescere professionalmente come in America?

Non lo so, ma credo di no. Tutto quello che ho imparato l’ho acquisito nei miei viaggi in giro per il mondo, in Italia invece, ho imparato solo ad incazzarmi, ad avere delusioni e porte in faccia!!! Perché nella meravigliosa Italia purtroppo, se non hai chi ti raccomanda o appartieni a chissà “quale gruppo o movimento” fai ben poco o quasi niente! L’America, tanti la criticano, però, ti dà la possibilità e la speranza che qualcosa può accadere… esiste ancora la meritocrazia che in Italia non c’è! Ma con questo non voglio dire che in USA, non ci sono raccomandati, conoscenze e favoritismi etc… ripeto, tutto il mondo è paese, ma ci sono delle differenze che fanno la differenza…

5-Che consiglio daresti ad un italiano che vuole fare un’esperienza in Usa?

Io voglio chiarire e aggiungere che l’Italia è uno dei paesi più belli del mondo e non esagero, ma purtroppo siamo rovinati dalla mafia, dalla politica e tutto quello che sotto terra galleggia… compreso certi modi di comportarsi di personaggi che ho visto e sentito, che dovrebbero imparare tantissimo quando viaggiano, ad essere più umili, senza farci fare figuracce con quel nostro italianismo del cazzo, che ormai è fuori moda da anni. In USA si vive e si lascia vivere, ma devi rispettare le regole però, altrimenti son guai! In America, potremmo imparare e vedere tante cose buone, tipo, come lavorano, come fanno il business, come costruiscono gli spettacoli ed ogni tipo di struttura commerciale di divertimento, coma Disney World ad Orlando (il più grande del mondo), come in Las Vegas, di come ti servono ai ristoranti e nei negozi di qualsiasi genere, per non parlare dell’educazione come salutare, rispettare le file, le regole e i prepotenti non durano molto etc… etc… etc… chiaro niente è perfetto, e ci sono le eccezioni ovunque… ma, guardiamo il lato positivo, perché attualmente siamo in una posizione in Italia, che dobbiamo stare quanto più zitti possibile, se vogliamo riacquistare la fama di quel italiano che un tempo era orgoglio e ammirazione per tutto il mondo!!!

Kiellitos ci saluta con un suo video

Cristiano Prudente


Dalla Florida a Londra: l’intervista a Bruno

September 26, 2013 in Miami, Stati Uniti, Storie di Italiani in Giro

Abbiamo intervistato Bruno de Luca,  21enne della provincia di Lodi, Sant’ Angelo Lodigiano, vive a Londra, South Kensington da giugno (2013) dove lavora nel ristorante Bar Boulud del “Mandarin Oriental Hyde Park London”

Ciao Bruno, come hai avuto l’opportunita’ di lavorare nel ristorante (nome?) alla Disney ad Orlando?

Ciao Cristiano, l’ opportunita’ americana l’ho ottenuta grazie ad una application per il Disney international program trovata sul sito internationalservices.fr . Ho ottenuto il visto Q-1 per 13 mesi, dodici dei quali spesi a Orlando, Florida, lavorando per il ristorante “Tutto Italia” situato nel parco di Epcot, nel padiglione italiano a World Showcase.

Quali difficolta’ hai incontrato? Quali le soddisfazioni nel tuo lavoro?

Le difficolta’ sono state quelle di un ragazzo di 19 anni che sbarca da solo in America, volo American Airlines Milano-New York / New York-Orlando . Vivere da soli, badare a se stessi, cucinare, fare la spesa, aprire il conto in banca alla Bank of America e fare il bucato sono state le prime cose che ho dovuto affrontare. Senza dimenticare la lingua, dato che l’ insegnamento della lingua inglese tra i banchi di scuola in Italia e’ molto scarso. L’adattamento alla vita americana dopo poco e’ stato meraviglioso. Guidare sulle highway, lavorare a Disney World con dei colleghi meravigliosi da tutte le parti del mondo (Italia compresa of course), international parties, ho imparato dopo poco il famoso Easy Going americano. Il lavoro non e’ stato mai un problema nella mia esperienza, anzi, era proprio divertente. Ho iniziato come gelataio nel chiosco italiano sul Boardwalk di World Showcase e dopo un mese ho iniziato la mia avventura nel ristorante italiano “Tutto Italia”. In undici mesi sono riuscito a fare tutti gli upgrade possibili, busser, runner, waiter/server e manager on duty (tutte figure del sistema food & beverage americano). Grazie al mio duro lavoro sono riuscito ad avere le piu’ belle e grandi soddisfazioni che la vita puo’ dare a un 20enne, vale a dire successo nel lavoro, clima estivo tutto l’anno, macchine, hotel, ristoranti, feste e viaggi. La soddisfazione personale piu’ grande e’ quella di esser riuscito a viaggiare tanto, a volte anche solo, alla scoperta di questi Stati Uniti d’ America che ormai fanno parte del mio cuore. Orlando, Miami, New York, il New Jersey , la Florida, Atlanta, Key West, Minneapolis, Charlotte, Los Angeles, San Francisco, San Diego, Las Vegas, i Canyons, la Death Valley, le Hawaii, la Riviera Maya in Messico e Negril in Jamaica sono state esperienze memorabili.

 Cosa ti ha affascinato di piu’ del modello americano?
 Il modello americano ha i suoi pro e i suoi contro. Il fatto che ancora oggi ogni individuo deve essere coperta da un’ assicurazione sanitaria privata non mi convince, la trovo una follia. Ma dal punto di vista lavorativo e’ meritocratica, le legge c’e’ e funziona, le tasse le paghi ma poi ti danno una buona parte indietro con il Tax Back di gennaio. Tutto semplice, a portata di smartphone, rende gli USA avanti 50 anni rispetto alla nostra povera Italia.
 
Perche’ ora hai scelto proprio Londra?
Ho scelto Londra perche’ come dicono qui “London is great”. Ad essere sincero non mi aspettavo molto dalla vita quotidiana che si puo’ avere qui, ma mi sbagliavo. Buone opportunita’ di lavoro, paghe dignitose a differenza della nostra Madreterra, servizi ottimi, eccellenti infrastrutture, citta’ splendida e hai l’ opportunita’ di conoscere gente da tutto il mondo. Certo il clima e’ diverso, mi ci devo ancora abituare, ma vabbe’.
 
Torneresti in Florida?
Si, senza pensarci troppo su’. Ho vissuto un anno straordinario..quindi perche’ non replicarlo?? :-)
 
Che consiglio daresti a chi vuole fare la tua stessa esperienza?
Il consiglio e’ quello di non avere paura. A volte sopraggiunge la nostalgia di casa, di amici, della famiglia e del nostro cibo italiano (The Best in the World).
Ma penso che per me il “gioco sia valso la candela”, potrebbe esserlo anche per altri giovani ragazzi italiani, vogliosi di scoprire il mondo e di farsi valere.
 
 
Cristiano Prudente

 


Andrea Lodovichetti: regista cinematografico a New York

September 12, 2013 in New York, Stati Uniti, Storie di Italiani in Giro

 

Abbiamo intervistato il regista cinematografico Andrea Lodovichetti.

Nato a Fano nel 1976, attualmente vive a New York, dove sta sviluppando alcuni progetti in ambito televisivo e cinematografico. Diplomato in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia, è stato assistente alla regia di Paolo Sorrentino per i film “L’amico di Famiglia” e “Il Divo”. Dal 2002 ad oggi i lavori di Andrea hanno ottenuto più di 50 premi e menzioni in festival di cortometraggi di tutto il mondo, tra i quali l’Italian Golden Globe e il “Looking for Genius Award” (Babelgum Film Festival) consegnatogli durante il Festival di Cannes da Spike Lee, Presidente di Giuria della competizione. Inserito per due edizioni consecutive (2008 e 2009) nell’annuario Youngblood, dedicato ai giovani italiani di spicco, nel 2010 è stato selezionato tra i 200 migliori talenti a un evento nazionale che ha avuto luogo a Roma (TnT Talent) dedicato a chi si è distinto a livello internazionale nei campi dell’arte, lo sport e la ricerca.

www.andrealodovichetti.com

Ecco la sua intervista

Ciao Andrea, dove vivi precisamente?

Ciao Cristiano, al momento vivo a New York, città (ma è limitativo chiamarla semplicemente “città”) che adoro e della quale mi sono perdutamente innamorato sin dalla prima volta che ho avuto la possibilità di metterci piede, nell’estate del 2008.

Di cosa ti occupi?

In Italia avrei risposto “sono un libero professionista nell’ambito dell’audiovisivo”, considerato che ogni volta che dicevo “faccio il regista”, 8 interlocutori su 10 ribattevano, magari non sempre in malafede – per carità: “no, intendo… proprio di lavoro-lavoro”. Scherzi a parte (quali scherzi?) faccio il regista, sono diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

Da quanto tempo vivi all’estero? Torneresti in Italia?

Mi sono trasferito negli Stati Uniti da quasi sei mesi, dopo parecchi anni di riflessioni attente ed approfondite. E’ sempre difficile trasferirsi e, in qualche modo, iniziare da capo un percorso, abbandonare il porto “sicuro”, come diceva Twain. Ma è anche vero che può succedere che ad un certo punto tu possa percepire la necessità -e attentione: non il vezzo- di dover tentare la tua strada, il perseguimento dei tuoi sogni… altrove. A me è successo esattamente così. Penso a questa possibilità dal 2009 circa, di fronte ad una serie di circostanze “stagnanti”, delle quali ahinoi molte (troppe) persone oneste e trasparenti in italia sono vittime, che di fatto mi impedivano di andare avanti. Pertanto, accantonato ogni rimanente, prepotente afflato di orgoglio che continuava a trattenermi, nel 2012 ho deciso di rompere gli indugi ed iniziare le procedure per l’ottenimento del visto O-1, quello che mi consentirà di vivere qui negli States per almeno 3 anni (per poi poterlo rinnovare, volendo)

Dico sempre che tornerei in Italia se ci fossero le condizioni per farlo, ma nella misura in cui non me ne sarei andato se ci fossero state quelle per rimanere. Ora: prendiamo, ad esempio, il problema delle raccomandazioni che, a mio modo di vedere, è un argomento di cui non si dovrebbe smettere mai di parlare (tentando di risolvere il problema, anche, ma figuriamoci: finchè il cancro della politica può permettersi di allungare i suoi tentacoli ovunque, questa rimarrà tra le impossibilità oggettive di emergere dalla melma in cui siamo finiti). Problema direttamente correlato a (mancanza di) meritocrazia e (implacabile, irreversibile, costante perdita di) qualità: ossia le ragioni precipue della quasi totalita degli espatri soprattutto, e ragionevolemnte, tra i più giovani. Allora: con Marzo Perez, montatore professionista ed amico, anche lui trasferitosi anni fa nella grande mela, facemmo tempo fa un ragionamento molto interessante che voglio riportare in questa sede. Lui sostiene, ed io sono assolutamente d’accordo, che il sistema delle raccomandazioni abbia addirittura una duplice valenza drammatica: non solo quella più evidente e che tutti conosciamo, ossia che il mercato del lavoro (qualsiasi lavoro) sia straziato da incapaci raccomandati senza arte nè parte. Ma che esista anche un livello ulteriore del problema, meritevole di attenzione: quello per cui tali personaggi, oltre a quanto detto, costituiscano un alibi straordinario e pericolosissimo per tutti gli incapaci che le raccomandazioni non ce le hanno. Ossia a dire: “non ho superato l’esame di avvocato perché c’erano i figli degli avvocati davanti a me” quando invece, in alcuni casi, forse, la realtà avrebbe dovuto portare a dirsi “non sono passato perché non ero abbastanza preparato”. “Non mi hanno assunto in quella casa editrice perché hanno dovuto assumere i raccomandati” invece di “non mi hanno assunto perché in effetti di letteratura non capisco nulla”. In questo modo, di fatto, si impedisce alle persone di crescere ed imparare dai propri errori. Si cancella la possibilità di migliorare. Ed è una catastrofe immensa. Perdonami la piccola divagazione, per quanto io la ritenga pertinente, ma era per farti capire quale sarebbe una delle succitate “condizioni” (sine qua non): tornare in un posto “normale”, in cui si possa crescere professionalmente, progredire nel lavoro, nella carriera, nella realizzazione del proprio percorso. Certo: per meriti e capacità ma al contempo ”forti” dei propri errori e consapevoli dei propri limiti; in un meccanismo che stimoli e non annienti, sproni non distrugga, accolga non isoli. A volte rido da solo quando penso a queste cose riferite all’Italia. Risata amara. Amarissima, nemmeno a dirlo.

Quali sono i tuoi progetti presenti e futuri?

Al momento ho una serie di progetti, anche molto diversi tra loro. I due più importanti, direttamente legati alla mia professione, sono due film lungometraggi. Il primo, “Scavenger Hunt For the Dying”, scritto dalla sceneggiatrice americana Katherine Van Pelt, è un “drama on the road” che vede protagonisti due giovani fratelli alla ricerca del padre che li abbandonò quando erano ancora piccoli. Una necessità, la loro, considerato il fatto che uno dei due ha scoperto di essere malato e che quella potrebbe essere l’ultima occasione per una riconciliazione prima che sia troppo tardi. Anche se sembra una tragedia cupa e straziante, il film riserva momenti di grande ilarità ed è tutto calibrato su una sorta di “cinismo disilluso e naif” che rappresenta decisamente la forza della storia e dei personaggi. L’altro progetto, cui sono particolarmente legato perché è da molto tempo che ci si sta lavorando, si intitola “Dear Mister Obama”, scritto dallo sceneggiatore italiano Eros Tumbarello. E’ la storia di un anziano cubano che, successivamente alla morte del figlio nel tentativo di raggiungere su una barca improvvisata le coste della Florida per realizzare i suoi sogni di musicista, decide a sua volta di andare negli States per parlare con il Presidente e convincerlo a togliere l’embargo contro Cuba. Il soggetto di questo film, quando Eros me lo propose, mi fece letteralmente rabbrividire. E ricordo che gli dissi: Eros, scrivi questo film. Dobbiamo fare questo film! Eravamo proprio a NYC, ed era il 2010. Sono due progetti diversi tra loro, come genere, come budget, come stile. Ma li ritengo entrambi eccezionali e, insieme agli sceneggiatori ed alla mia manager Alexia Melocchi di Little Studio Films (California), sto lavorando davvero come un pazzo per portarli a termini in breve tempo. Non è facile, nemmeno qua ma… ce la faremo!

Quali principali differenze lavorative hai potuto riscontrare nel tuo settore tra l’Italia e gli USA? 

Dico una cosa per tutte, perché sarebbero miliardi. Dico: la curiosità, nel senso più vivo e vivace del termine. Qui c’è entusiasmo, ovunque. Interesse. Nei confronti di storie, persone, progetti. Qui si vive immersi nell’ottica del “wow, parliamone!” e non del “chi ti manda?”. Lo si respira tutti i giorni. Qualsiasi mestiere tu faccia, di qualsiasi cosa tu ti occupi: la sostanza non cambia – a quanto mi dice chi non è dentro il mio campo. E’ fantastico perché puoi ritrovare l’energia, la voglia di confrontarti, di buttarti in avventure nuove, di metterti in gioco. Recuperi la motivazione. La propensione a “fare”. Cose delle quali in Italia, se sei nel mio ambito professionale e non hai santi in paradiso (o meglio ancora, parenti in parlamento) ti dimentichi completamente – sia nella relativa valenza, che nell’insito valore. Terribile.

 Che consiglio daresti a chi voglia tentare la tua carriera? Italia o estero?

Sarebbe stupido suggerire a chi fa il mio mestiere di fare qualcosa di diverso rispetto a ciò che io ho deciso di fare, seppur con una certa sofferenza. SI, perchè certo non è facile e le cose vanno

conquistate non solo con caparbietà e tenacia ma anche mettendo in conto sacrifici: sarebbe altrettanto stupido sostenere che si possa fare tutto, subito e senza fatica. Perchè l’America sarà pure la patria delle opportunità, ma queste vanno cercate, trovate, fatte fruttare. La concorrenza è spietata, ma percepibile quale “sana”. Pertanto tutte le difficoltà si riescono a vivere come parti integranti e necessarie di una sfida positiva, eccitante. Inevitabile. E’ una gara aperta e corretta, su un campo da gioco neutro. Quindi sta a te, farti valere. Tutto questo è stimolante, non avvilente come succede altrove in cui, anche se riesci a giocare, la partita è probabilmente truccata e non ti porterà mai da nessuna parte. Vorrei concludere, ringraziandoti per questa intervista, con una frase di Massimo Gramellini che mi toccò profondamente: “Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo,puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione”

 

Cristiano Prudente


Lavorare a New York: in quale settore?

August 19, 2013 in New York, Stati Uniti

 

New York è una delle mete più ambite in tutto il mondo per i giovani che stanno cercando la loro strada.

Qui di seguito troverete una breve lista dei settori in cui potreste trovare un lavoro.

Il settore che vi offre la maggior possibilità, anche se in questi ultimi tempi può sembrare strano, è il settore finanziario.

Basta pensare che il 35% di tutti i redditi da lavoro nella Grande Mela sono dovuti a Wall Street. Si può senza dubbio affermare che Manhattan rimane il centro dell’attività finanziaria statunitense, essendo sede della maggior parte delle banche nazionali.

Un altro ambito professionale che offre buone opportunità di lavoro è il turismo, infatti milioni di persone ogni anno visitano la Grande Mela e, data la crisi degli ultimi anni, l’amministrazione si sta concentrando in particolare su questo settore.

Un settore da prendere in considerazone può essere anche quello immobiliare: non è un mistero il fatto che New York vanti alcuni degli edifici più belli è lussuosi di tutto il mondo. Può essere l’opportunità giusta per i giovani architetti in cerca di sfide!

Per chi ama la creatività, New Yok è la città ideale, perchè si possono contare 300mila persone che lavorano nei media, in campi che spaziano dal marketing alla musica, da internet alla televisione. Non bisogna inoltre sottovalutare la possibilità di  lavorare nel campo della moda o del desing!

Un altro campo in evoluzione, fiorito da poco nella Grande Mela, è la green economy, che negli ultimi anni ha attirato alcune società di ambito bio-scientifico. Per questo il governo sta investendo con particolare attenzione nel settore.

Ma non sono tutte rose e fiori. Per i medici, per esempio, le opportunità scarseggiano:  le probabilità di trovare un lavoro sono scarsissime e potrebbe essere necessario rifare il tirocinio negli USA.

Molte società italiane sono disposte ad agevolate l’ottenimento del visto per i propri dipendenti. In base ad un trattato con il governo statunitense per ogni determinato numero di dipendenti americani si possono assumere un certo numero di dipendenti italiani.

Infine se siete giovani ed esuberanti c’è la possibilità di diventare ragazza alla pari. Le agenzie più affidabili si occuperanno di trovarvi una famiglia, vi procureranno il visto e talvolta vi prenoteranno persino il volo.

Questi sono i miei consigli per voi, ora tocca a voi fare la scelta giusta e partire per una sorprendente avventura!

Per avere maggiori informazione sui visti o su come recarvi in America potete consultare  il sito dell’Ambasciata Americana in Italia.

Sonia Odetto


Come ottenere il visto in U.S.A.

August 8, 2013 in America del Nord, Boston, Los Angeles, Miami, New York, Stati Uniti

Per soggiornare in America è necessario avere il passaporto valido per tutta la durata del soggiorno, una fototessera e un visto appropriato alle prorpie esigenze. Dovete essere molto attenti perchè se sbagliate il visto dovete ritornare in Italia per cambiare lo status. Per esempio, se andate in America per studiare non potete richiedere un visto turistico o per il lavoro perchè non vi faranno mai iscrivere a scuola. Il visto si può richiedere al consolato o l’ambasciata statunitense e le pratiche possono essere sbrigate tramite raccomandata postale. Le ambasciate americane si trovano a Milano, Firenze, Roma, e Napoli. Per poter lavorare esistono il Work Visa temporaneo o definitivo che non sono semplici da ottenere, in quanto ci sono vari requisiti richiesti, tra cui uno e’ di trovare un datore di lavoro che accetti di compilare un paio di procedure burocratiche. Un altro visto è la Green Card per coloro che desiderano vivere in America e lavorare, una volta ottenuta bisogna rinnovarla dopo 10 anni. È possibile ottenerlo in 3 modi: attraverso l’approvazione della US Citizenship and Immigration Service (USCIS) oppure tramite la richiesta di un famigliare, dietro la domanda di un datore di lavoro o tramite la partecipazione al Diversity Visa Program. Dopo 5 anni di rilascio è possibile richiedere la cittadinanza Americana. Se invece volete andare in America per studiare avete bisogno del visto F-1 che va richiesto al consolato americano che vi porrà qualche domanda per sapere se voi o la vostra famiglia siete in grado di pagare i corsi, il mangiare e l’appartamento in America e viene richiesta una documentazione che provi la vostra iscrizione in una scuola in America. Inoltre viene richiesto di avere il Toefl (Test of English as a Foreing Language), che mostra la conoscenza della lingua Inglese, senza questo non ci si può iscrivere ad un corso negli Stati Uniti. Questo test dal 2005 è in versione iBT (Internet-based Testing), che ha la durata di 4 ore e 30 minuti ed è composto da listening, reading, speaking e writing e si può avere un minimo di 0 punti e un massimo di 120. É possibile inscriversi on-line, per telefono o per posta, la tassa per l’iscrizione è pari a 240 dollari ed è valido per 2 anni dalla data del conseguimento.

Una volta concluse tutte queste pratiche non vi resta altro che preparare le valigie e partire.

 

Sonia Odetto