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Vivere e lavorare in Costa d’Avorio: l’intervista a Francesca

April 4, 2014 in Africa

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Anni fa lo spirito inquieto del Marito Paziente pose una domanda a bruciapelo: “E se facessi domanda per andare a lavorare in Ambasciata?
La risposta, anni dopo, ci ha portato qui, in Costa d’Avorio. Che non era esattamente quello che avevamo in mente, che era un posto sconosciuto e lontano, che percepivamo pericoloso più che esotico.
Architetto in cerca di occupazione io e militare lui, con due bimbi piccoli, siamo partiti all’avventura quasi due anni e mezzo fa, senza la minima idea di cosa avremmo trovato. Oggi viviamo, più o meno felici e sereni, nella nostra Tana Africana.

In generale, pensi che la Costa d’Avorio sia accogliente per un italiano che vorrebbe trasferirsi? Che opportunità pensi ci siano per i nostri connazionali?

Partiamo dal presupposto, in cui credo fermamente e che ho sperimentato sulla mia pelle, che se sei convinto di aver fatto una buona scelta e decidi di vivere bene in posto (minimizzandone i lati negativi ed esaltando le possibilità che ti offre), puoi vivere bene ovunque. Che sembra ovvio, ma alla resa dei conti non è facile.
La Costa d’Avorio in particolare ha un clima difficile (molto umido e caldo)  che rende l’acclimatamento pesante. Come ogni paese con una cultura diversa, è importante capire che ha le sue regole non scritte, che ci sono dei limiti e delle cose che non è opportuno fare e dire in alcuni contesti.
Pur sopravvivendo ancora, in alcuni ceti sociali e in alcune sottoculture, uno strisciante rifiuto dell’”uomo bianco” (che nella loro storia è stato chi li ha ridotti in schiavitù e si è preso la loro terra), devo dire che gli italiani sono amati e rispettati e l’atmosfera è serena.
Per chi decide di venire in Costa d’Avorio (ma è un discorso che vale per tutti i paesi non occidentali), consiglio vivamente di passare in Ambasciata e lasciare i propri recapiti: poter essere rintracciabili può essere molto importante, soprattutto se non si vive nelle grandi città.

Dal punto di vista sanitario, ci sono raccomandazioni particolari?

Uno degli aspetti da tenere assolutamente in considerazione per chi voglia venire a vivere in qui è senza dubbio quello sanitario. In Costa d’Avorio la foto 5sanità pubblica esiste ma per avere uno standard europeo di servizi bisogna andare in clinica privata. È essenziale dotarsi di assicurazione sanitaria, che copra anche l’eventuale rimpatrio per cause mediche.
Per esperienza personale posso dire che hanno macchinari eccellenti (ho ricevuto i complimenti per degli esami diagnostici fatti qui, in Italia!) ma che purtroppo non sempre sanno bene interpretare i risultati (con conseguenze anche gravi).
Altra cosa da tenere in considerazione sono le vaccinazioni da fare. Tutti i discorsi di opportunità delle vaccinazioni che possono essere fatti in Patria, qui non valgono assolutamente: nel caso si voglia fare un viaggio o si stia valutando un trasferimento, consiglio di rivolgersi al più vicino ambulatorio del viaggiatore e farsi consigliare dai medici presenti (per capirci, noi ci siamo vaccinati contro tifo, febbre gialla, colera, epatite A e B, tetano, meningococco e TBC, quest’ultima direttamente qui perché in Italia non c’è il vaccino). Con le malattie qui non si scherza, è bene saperlo!

Com’è la vita in Costa d’Avorio? Ci sono possibilità di lavoro? E il modo di vedere il lavoro è diverso rispetto all’Italia?

La vita in Costa d’Avorio è… complessa. Pur essendo un paese in via di sviluppo, in cui lo Stato sta investendo moltissimo, è pur sempre un paese del Terzo Mondo. Per capire i contrasti che ancora ci sono basti pensare che ad Abidjan, l’ex capitale e tuttora capitale culturale, direzionale, economica e diplomatica, ci sono palazzi occidentali e bidonville e non è raro che siano le une di fronte agli altri. Per quanto inizino ad esserci politiche sociali, attualmente lo stato di diritto è praticamente inesistente e in moltissimi ambiti “vince” il più ricco o il più (pre)potente.
Possibilità di lavoro secondo me ci sono, soprattutto nel campo della ristorazione: la nostra cucina è in genere molto apprezzata e la pizza ha sempre il suo perché! Diverse aziende lavorano qui, sia a livello di produzione di servizi che di lavorazione delle materie prime (essenzialmente legname). Non volendo partire da zero o non avendo una grande azienda alle spalle,  buonissima parte della piccola imprenditoria è in mano ai commercianti libanesi, che rappresentano una comunità piuttosto vasta e che gestiscono praticamente tutto il commercio interno (supermercati, ristorazione, negozi) e che in genere cercano persone qualificate e con voglia di migliorarsi, quindi anche quella potrebbe essere una strada percorribile, soprattutto all’inizio.
È indispensabile conoscere bene il francese, parlato da tutti. L’inglese è parlato solo da chi ha studiato ad un certo livello.
Per un ivoriano il lavoro è qualcosa che si fa senza discutere, il concetto di sindacato credo sia molto lontano. La manodopera costa pochissimo ed è abbondante ma hanno bisogno di una buona “direzione”  : quello che manca qui, è la formica regina, non le operaie.

foto 3Con che lingua comunichi ogni giorno?

Il francese! Il francese è la lingua ufficiale del Paese ed è parlata praticamente da tutti. Esistono dei dialetti tipici delle varie zone e relative etnie , ma in generale tutta la popolazione ha un francese accettabile (anche se l’accento ivoriano è ovviamente diverso, basti pensare alla conformazione della bocca e delle labbra caratteristica della razza negroide).
L’inglese è parlato, come detto prima, solo dalle persone con una certa cultura mentre, soprattutto tra i venditori nelle zone artigianali, si trova anche qualcuno che parlicchia l’italiano o lo spagnolo (anni fa, in molti lo ricordano, c’era un Villaggio Valtur qui!).

Tu sei una “mamma a tempo pieno”: quale pensi sia la cosa migliore per i tuoi figli del vivere in Africa?

Il confronto culturale, prima di tutto. L’essere stati loro i “diversi” li porterà ad affrontare la vita con rispetto per chiunque.
Poi, ovviamente, il bilinguismo!!!

Cosa ti piace di più della Costa d’Avorio? E cosa ti piace di meno?

La Costa d’Avorio riserva delle belle sorprese. Una è la disponibilità della gente a venirti incontro. Quando, appena arrivata, non conoscevo la lingua, mettevo subito le mani avanti e dicevo “scusatemi, il mio francese è terribile”: la risposta standard era del tipo “non ti preoccupare, il mio italiano è peggio del tuo francese”, cosa che mi stupiva e mi scaldava come un abbraccio inaspettato.
Un’altra cosa che amo molto è la laicità: ognuno è libero di professare la sua religione e questo avviene senza che nessuno imponga nulla agli altri. La scuola è un luogo laico, non c’è l’insegnamento della religione e vengono date vacanze scolastiche alle festività di entrambi i culti più professati (il Cattolicesimo e l’Islamismo). Insomma pur essendo un posto dove la religione ha una grande importanza, il rispetto reciproco permette una serena convivenza e non c’è un “culto di stato”. Invidiabile.

Ma forse la cosa che preferisco del vivere qui è l’insegnamento che ne è venuto. Il confronto, l’imparare a non dare mai nulla per scontato, l’imparare ad apprezzare ciò che in Italia si aveva come diritto acquisito. Se si è pronti e disposti a farlo, si cresce parecchio, qui.

La cosa che mi piace meno è il fatalismo, che in genere deriva da una mortalità piuttosto elevata e da una bassa aspettativa di vita. Il ragionamento tipico è: perché affaticarmi troppo quando domani potrei essere morto? Non esiste, se non nelle fasce ad alto reddito e di cultura filo occidentale,  un concetto di previsione del futuro, si vive nel e per l’oggi. Questo significa non investire neanche su se stessi per migliorare le proprie condizioni: l’ivoriano medio è quanto di più lontano ci possa essere dalla figura dell’imprenditore!foto 2

Che cos’è il mal d’Africa? Cosa ti manca di più della Costa d’Avorio quando torni a casa?

La primissima volta che sono tornata in Italia, quando ho visto le luci di Abidjan allontanarsi, ho pianto. Ho percepito da subito questo posto del mondo come “casa” e lasciarlo è stato ed è pesante. Che non significa che qui sia tutto bellissimo, tutt’altro, e che l’Italia non mi manchi.
Ma quando penso al sole, per me il sole è qui: caldo, grande, rosso.
Il mal d’Africa, per me, è il lasciarsi inebriare da colori, suoni, odori diversi, è il decidere di vivere dentro.
C’è anche una componente quasi “atavica”, come una consapevolezza antica di una partenza comune, di un tempo che si è dilatato per noi ed è rimasto rarefatto qui. Qui, si percepisce come un ritorno alle origini: è qualcosa che non riesco a spiegare ma è come se ci fosse un ritmo comune che riscopri improvvisamente, se sei pronto a farlo. Sono ovviamente sensazioni: la realtà che vivo ogni giorno è quella di una grande città non il villaggio sperduto, che, per paura (visti i bimbi piccoli) non ho mai visitato (non c’è rischio nel visitarli eh, solo che l’imprevisto qui è difficilmente gestibile, per ovvi motivi).
Oggi come oggi, “casa” è questa. Questo posto incoerente, strano, caldo e umido, ricco di odori forti, chiasso, sapori diversi.
Il mio “tornare a casa” è attualmente in direzione uguale e contraria a quello che si pensi.  Un pezzo del mio cuore, per quanto piccolo, resterà per sempre qui, anche quando saremo tornati in Italia.

Questi sono i link per i blog di Francesca, per continuare a seguire la sua avventura africana.
http://latanaafricana.blogspot.com
www.instamamme.net

 


Vivere e lavorare in Malesia: l’intervista a Marco

March 31, 2014 in Asia, Malesia

Marco: a Youth Corruptor

Marco: a Youth Corruptor

Marco Ferrarese è un musicista metal punk, autore, scrittore di viaggi freelance e antropologo in fieri. Dopo 10 anni passati a suonare in giro per Europa e Stati Uniti d’America con la band italiana The Nerds, nel 2007 ha fatto le valigie per la Cina e l’Hebei University of Science and Technology di Qinhuangdao. Da allora è rientrato in Italia solo nel 2012, alla fine di un’odissea alla Marco Polo che da Singapore lo ha riportato a Milano prevalentemente in autostop. Ha viaggiato in lungo e in largo in 50 paesi nel mondo. Dal 2009 è di stanza nel Sud Est Asiatico, con base in Malesia, ed ha esplorato quasi ogni paese asiatico in cerca di piste insolite. Le sue storie sono oggi pubblicate in riviste e siti web sparsi in tutto il mondo, tra cui Travel + Leisure Southeast Asia, Bangkok101, Time Out Penang, Southeast Asia Globe, Clive, Bootsnall, Vagabonding e Penang Monthly. Come se non bastasse, suona la chitarra solista e gira il Sud Est Asiatico con la band thrashcore malese WEOT SKAM.

 

Hai viaggiato e vissuto un po’ ovunque nel mondo. Cosa ti ha spinto a scegliere l’Asia come tua base operativa?

Sono arrivato per caso nel 2007 accettando un lavoro di docente di lingua italiana in una università cinese. Avevo provato a fare il musicista full-time, cercando di trasferirmi in USA ma è stato impossibile legalmente e l’esperienza mi ha anche fatto capire quanto gli Americani non siano l’etnia più giusta con cui compartire i miei spazi. Stare in Cina mi ha spezzato le corna e le gambe, e mi ha raddrizzato la schiena. Noi Italiani siamo troppo viziati, non capiamo proprio niente di come gira il mondo in genere, e stare in paesi diciamo “terzomondisti” mi ha aiutato a capire come invece credo  giri. Sicuramente anche il basso costo della vita e la perenne avventura che mi sono cercato hanno influenzato la mia scelta. Ma sicuramente, l’Asia non è per tutti, soprattutto, appunto, non per viziati Italiani.

Che differenze trovi, in ambito lavorativo, tra Malesia e Italia? E in ambito artistico- culturale?MonkeyMotherfucker

Allora mettiamo in chiaro inizialmente che io sono un po’ speciale e non lavoro tradizionalmente, nel senso, io non posso lavorare sotto a un capo. Non fa per me. Io sono uno studente della vita, e più generalmente un freelancer. Mi prendo i miei periodi, in genere, un anno di viaggio ogni due di stanza e produzione. Comunque, in ambito lavorativo, sicuramente meglio la Malesia. Forse perché io sono un bianco e loro hanno ancora un po’ di retaggio coloniale, o forse perchè l’economia qua è in grande sviluppo, e ci sono ancora molte possibilità. In Italia, invece, non ce ne sono affatto: quando vivevo in Italia parlavo tre lingue ed avevo una laurea, e la gente non mi prendeva a fare nemmeno il commesso al supermercato. Ho capito dopo che probabilmente avevano paura che io fossi troppo intelligente; ma quando vedevo chi lavorava nel turismo, gente che non riusciva nemmeno a parlare l’Italiano, bhe… in un paese col 60% del patrimonio UNESCO mondiale… insomma ti ho gia’ detto tutto. In Asia in genere è piu’ facile rapportarsi coi media, ricevere attenzione. Esiste una meritocrazia che, per quanto sempre e ovviamente legata ai ganci, ti permette comunque di avere quella possibilità, quei 5 minuti che se te li giochi bene, taaaac.
Lo stesso succede in ambito artistico-culturale: l’Asia di oggi sta ancora cercando un’identità, e soprattutto in campi sub-culturali come la musica o il cinema, è abbastanza occidentalista. Dunque, entrando in campo come un occidentale e avendo un’esperienza che qua a loro manca – soprattutto per via dei retaggi culturali e familiari che li bloccano – , un bianco è certamente avvantaggiato. Detto questo, non è che tutta la fuffa qua diventi oro, anzi. Ma ti faccio un chiaro esempio nel mio campo: in Italia, Feltrinelli o Mondadori non metteranno MAI in vendita delle antologie di racconti fatte chiedendo al popolo di inviare i propri racconti, senza agenti, senza niente. Qua si fa, e funziona abbestia.  Quei libri sono bestsellers nazionali, e ti basta inviare un manoscritto durante il periodo di richiesta per avere una equa opportunità di essere scelti. In Italia? Ma fatemi il piacere! Impossibile anche solo tentare di pensare di vivere come un artista, nel “Belpaese”…

Cos’è la cosa più difficile a cui abituarsi quando si vive in Malesia? E la lingua è un problema?

L’Inglese è ampiamente parlato da tutti e la lingua nazionale, il Bahasa Melayu, è scritta in caratteri romanici e non è molto difficile da imparare se uno vuole proprio fare l’esperienza. Tantissimi non lo fanno, comunque. Io non ho avuto problemi ad abituarmi a niente perchè avevo già esperienza di vita in Cina, e cercavo proprio questo: un paese caldo, umido, tropicale, sempre bollente. Ventilatori accesi tutto l’anno.  Sicuramente per un Italiano il cibo qua può andare un po’ male, perchè molto speziato e piccante. Ma la varietà è incredibile. Io lo preferisco anche al cibo italiano se devo essere sincero… indiano, cinese, indonesiano, malay, baba-nyonya, è tutto un misto… son qua da quattro anni circa, e ancora mi capita di provare piatti nuovi, soprattutto quando visito parti del paese (soprattutto in Borneo) con diverse minoranze etniche.

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Hai recentemente pubblicato un libro, Nazi Goreng, ambientato nella comunità Skinhead malese. È stato difficile trovare un editore asiatico per il tuo libro?

Il libro (che puo’ essere acquistato qui) non è ambientato nella comunità Skinhead malese, ma ne prende un estremo esempio – i Neo Nazisti malay – per fare una critica alla situazione razziale della Malesia intera, che è un crogiuolo di razze che si sopportano solo in apparenza. È un libro molto particolare, ed è stato sia molto apprezzato che molto denigrato, perchè appunto il tema in sè è pura benzina sul fuoco razziale della nazione.

È stato incredibilmente facile trovare un editore: ho spedito una proposta e due capitoli al primo, e ho ricevuto una risposta positiva in brevissimo tempo. Poi sono finito con un secondo, migliore del primo, che mi ha accettato in pochissimi giorni alla stessa maniera. Ma questo non vuol dire che qualsiasi cosa qua venga pubblicata, senza controllo qualità. Il mio libro, come dicevo, è molto particolare. È intelligente. Pensato e mirato a un certo pubblico, e dedicato a un vero problema del paese. Non sarebbe stato possibile scrivere questa storia senza aver vissuto in Malesia per alcuni anni, tentando di grattare a fondo e scoprire gli scheletri negli armadi, e chi ce li aveva messi.  Comunque,  credo sia molto più facile ricevere interesse da parte di editori e media, come ti dicevo prima. La gente qua vuole progredire, fare business e incrementare le proprie opportunità, non esistono le logge massoniche dell’Italia da Bere, le “famiglie mafiose”, le gerarchie artistiche, e tutte quelle cazzate lì. Ed è infinitamente triste che, come un Salgari al rovescio, io pubblichi il mio debutto a Singapore, senza nessuna possibilità di fare nemmeno un grammo dello stesso successo in Italia. E manco mi interessa, ti confesso.

Si e no. E spero che non molti vogliano trasferirsi da queste parti, perché i bianchi hanno già rovinato abbastanza le cose. Il Sud est Asiatico è un insieme di una decina di paesi, ognuno con culture, religioni, razze e problemi diversi dunque non si può generalizzare. Anche a livello di visti, ogni paese ha i suoi problemi burocratici. Molti sono già venuti ad aprire i soliti esercizi di ristorazione e alberghieri, chi con più e chi con meno successo. Conosco tante storie, orribili o interessanti, ma mai “incredibili”. Qua si guadagna poco, molto poco se uno calcola in Euro. Si viene qua per passione, non per soldi. Ci sono possibilità per insegnanti di lingua Inglese, ma non per Italiani o non-madrelingua in genere, anche se ci sono delle eccezioni. Ovviamente, il lavoro lo si trova da qua, non dall’Italia, ed è dunque meglio venire a vedere e provare prima di persona, per poi decidere che fare di conseguenza. Se sei “fortunato” (per me non è affatto una fortuna), una compagnia europea ti manderà qua a vivere in una bolla di sapone aziendale. Personalmente preferisco vivere tra la gente locale, sgomitando tra di loro e imparando a fare quello che fanno loro, a modo loro. Ci sono tanti modi per stare qua, ed è auspicabile che se uno proprio vuole venire, lo faccia rispettando le regole del paese che decide di provare. La pasta e il caffè son cose italiane: qua si mangia riso anche a colazione, se capite quel che voglio dire. Per me, per la prima categoria di persone, non c’è nessuna possibilità in Asia, se non quella di contribuire a rovinare la bellezza e purezza di questa parte di mondo.

Cosa consiglieresti a un italiano che vorrebbe trasferirsi in Malesia?MarcoMonkeySumatra

Vai a Kuala Lumpur dove la vita costa di più, avrai appartamento con piscina e l’attenzione di tante femmine/ragazzi multicolori ammaliati/e dallo smargiasso/bellezza latina,e  penserai di aver capito tutto del paese. Invece non ne capirai un cazzo, fidati, solo i lustrini. Perlomeno, rimarrai fuori da quei luoghi che ti farebbero solo piangere e vomitare, ed eviterai di rovinare con la tua insulsaggine occidentale quel che di buono è ancora rimasto per noi illuminati. Grazie. E credimi, fuori da KL è impossibile trovare un lavoro che ti soddisfi, dunque evita anche solo di provarci. Ci vuole pelo sullo stomaco. Se ne hai, provaci e buona fortuna, altrimenti, stick to the city.

 

 

 

Ecco tutti i link necessari per poter seguire Marco e il suo lavoro:

NAZI GORENG

dal sito della casa editrice

BLOG

www.monkeyrockworld.com

TWITTER

https://twitter.com/monkeyrockworld

WEOT SKAM

http://weotskam.bandcamp.com/

 

 

Vivere e lavorare in Olanda: l’intervista a Francesca

March 27, 2014 in Europa, Olanda

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Abbiamo intervistato Francesca.

Francesca, parlaci un po’ di te.

Sono una bolognese migrata – in ordine cronologico – a Santiago de Compostela, Parigi, Strasburgo e Groningen. Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione e in Italia lavoravo in agenzia di pubblicità, sono ripartita per l’Olanda perché ho ricevuto un’offerta di lavoro che non potevo rifiutare nell’ambito del marketing. Dopo 4 anni in Olanda, tornerei volentieri in Italia e a un ruolo più creativo.

Il tuo blog nasce dal tuo amore per osservare le diversità nella quotidianità. In particolare ti piace concentrarti sulle diversità tra le pubblicità dei vari paesi.
In che modo pensi che le pubblicità influenzino la mentalità di un popolo?

La pubblicità spesso deve ricorrere agli stereotipi per creare un contenuto che sia riconoscibile e comprensibile a tutti in 30 secondi: si può ricorrerre agli stereotipi più beceri oppure si può usare lo stereotipo con ironia. Fa una bella differenza perché le rappresentazioni che la pubblicità mette in scena entrano nell’immaginario collettivo.

Hai trovato difficoltà ad adattarti al mondo del lavoro olandese?

No, la cultura lavorativa olandese è ammirabile: in ufficio sono fattivi, diretti e disponibili a sentire le opinioni altrui. Ho trovato più difficoltà ad adattarmi all’Olanda al di fuori dell’orario di lavoro! :)

Pensi che ci siano possibilità di lavoro concrete per gli italiani che vogliono trasferirsi in Olanda?

Ora non molte, cinque anni fa era diverso: l’Olanda aveva la piena occupazione, poi la crisi si è sentita anche qua. Ora direi che solo gli informatici hanno possibilità concrete, la domanda di informatici sul mercato olandese è più alta del numero di esperti, per cui devono assumere stranieri qualificati.DSC00310

Cosa deve avere bene in mente un italiano prima di trasferirsi in Olanda?

Bisogna imparare le lingua, se vuoi avere una crescita professionale.

Nel tuo blog parli tutte le cose particolari che ti capita di vedere tutti i giorni abitando in un paese straniero. Qual è la cosa più strana a cui ti è capitato di assistere in Olanda? E negli altri paesi in cui sei stata?

A Groningen, dove vivo, ogni tanto ci si trova circondati da 300 pecore in piena città: il municipio ha al suo servizio un gregge per la gestione eco-compatibile delle banchine e delle aree verdi. Il pastore è incaricato di pascolare il gregge su tutto il verde cittadino: brucando tagliano l’erba gratis e allo stesso tempo gli zoccoli degli ovini muovono il terreno rendendolo più ricettivo per i nuovi semi. Inoltre nel vello delle pecore si impigliano semi e pollini che vengono poi portati in giro dalle bestie diffondendoli nell’ambiente a vantaggio della biodiversità. Naturalmente ci sono anche i giardinieri comunali, la gestione è integrata. Per avere un’idea, guardate il video sul mio blog!

Ho vissuto anche in Spagna, dove l’evento più suggestivo sono state le celebrazioni pasquali: sembrano una processione del Ku klux klan! In Francia ho vissuto in ambienti piuttosto internazionali: non ricordo niente di “strano”.

Potete visitare La deriva dei continenti, il blog di Francesca, a questo indirizzo