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Vivere e lavorare a Boston: l’intervista a Rossella

December 30, 2013 in Boston, Stati Uniti, Storie di Italiani in Giro

Ciao, sono Rossella, siciliana di 27 anni, traduttrice, insegnante di italiano per stranieri e mediatrice culturale. Ah! Dimenticavo la cosa più importante: amo vivere all’estero!

Lo scorso anno (2012 ndr)ho avuto la straordinaria opportunità di vivere in una città americana, la splendida Boston. Un’esperienza che ha richiesto grande spirito di apertura, flessibilità e adattamento, prova che ho superato brillantemente e della quale serbo bellissimi ricordi. Ho deciso di trasferirli in racconto nel mio blog http://farfallanelmondo.altervista.org/, uno spazio in cui raccoglierò le mie esperienze fatte all’estero, insieme ad una serie di informazioni che potranno aiutare coloro che vorranno intraprendere un viaggio o un’esperienza di vita nelle destinazioni descritte.

Ciao Rossella, come hai avuto questa opportunita’?

Si è trattato di un’opportunità scoperta per caso e all’ultimo minuto, durante una serata trascorsa in casa con un’amica, a pochi giorni dalla laurea. Mentre navigavo su internet, l’annuncio di un programma di stage proposto dal Ministero degli Affari Esteri da svolgere presso Consolati e Ambasciate di tutto il mondo, balzò subito ai miei occhi! Avevo pochissimo tempo per compilare l’application e scegliere una destinazione tra quelle proposte. Mi piaceva l’idea di giocare un po’ con il caso, quindi scelsi la destinazione ad occhi chiusi. E devo dire che il caso seppe darmi la risposta giusta! Circa un mese dopo ricevetti la grande notizia, la mia candidatura era idonea! Organizzai il tutto in poco tempo e partii alla volta degli States!

Di cosa ti sei occupata?

Lavoravo all’Ufficio scolastico del Consolato Italiano di Boston. Gestivo i contatti con altri enti locali che si occupano della promozione e della diffusione della lingua e della cultura italiana, collaboravo con l’insegnante ministeriale di italiano nelle scuole e svolgevo attività di front office fornendo informazioni sui sistemi educativi americano e italiano, sia ad un’utenza italiana che straniera.

Qual e’ il posto che ti ha piu’ colpito?

Boston è sì una città americana, ma forse la meno americana degli USA. L’architettura, infatti, presenta rimandi europei, solo in alcune zone spiccano alti grattacieli e inoltre è una città molto verde. Un luogo che ho apprezzato molto è in realtà un percorso che si compone di tanti luoghi, noto con il nome di Freedom Trail (il sentiero della libertà), ovvero un percorso lungo 4 km da seguire piacevolmente a piedi, che collega i principali siti storici coloniali della città e accompagna il visitatore nell’esplorazione delle tappe principali che hanno caratterizzato la storia di questa città.

Le principali differenze che hai trovato nel settore lavorativo rispetto al sistema italiano.

Avendo lavorato con italiani e comunque all’interno di un’istituzione italiana, posso dare un semplice parere circoscritto a ciò che ho osservato al di fuori della stessa, passeggiando per le vie del centro, entrando nei vari negozi o frequentando bar e ristoranti. Gli uffici pubblici erano molto efficienti, il personale puntuale e preciso. Fare la coda non era per nulla traumatico perché si faceva presto a smaltirla. Gli orari di apertura e chiusura di alcune attività commerciali sono leggermente differenti ai nostri: si apre bottega molto presto e si prosegue no stop più o meno fino alle cinque o sei del pomeriggio. Nei bar e nei fast food il personale sembrava composto da macchine e non da persone: programmati per fare tutto di corsa, dire sempre le stesse cose, giusto un sorriso al cliente e … avanti il prossimo! L’elevato costo della vita impone agli abitanti di Boston di portare avanti più lavori contemporaneamente e questo, a mio parere, condiziona molto sia le relazioni sociali che quelle strettamente familiari.

Cosa cambieresti degli USA? e cosa dell’Italia?

Beh, questa domanda richiede un’analisi molto ampia e articolata, nonché un’approfondita conoscenza di una realtà complessa ed eterogenea quale è quella degli USA. Mi limiterò a mettere in evidenza quei tratti comuni che ho riscontrato nelle sei località visitate e che hanno fatto sviluppare in me la consapevolezza che non avrei potuto vivere lì a lungo termine, nonostante la positività dell’esperienza.

Il clima: un’isolana come me non avrebbe sopportato a lungo un clima freddo, piovoso, grigio e caratterizzato da forti escursioni termiche.

Il cibo: non voglio fare l’italiana che si vanta della propria cucina ma sfido lo stomaco e il fegato di chiunque a resistere ad un bombardamento continuo e costante di grassi e calorie. No, grazie!

Le relazioni interpersonali: spesso l’interazione con gli altri era ridotta a zero per via dell’intensità del lavoro e del progresso tecnologico. Ci si poteva benissimo sentire soli in mezzo ad una marea di gente e credetemi, questo è davvero insostenibile per un italiano socievole che ama il dialogo, divertirsi e comunicare con gli altri.

Tuttavia, sono tante le cose che ho ammirato e che purtroppo stento a ritrovare in alcune parti d’Italia, in primis nella mia regione.

Innanzitutto il rispetto dei beni e degli spazi comuni, ad esempio. Il rispetto verso la propria città, il rispetto delle regole, il rispetto verso gli altri.

La capacità di saper sfruttare e gestire le proprie risorse, seppur minime, incrementando così alcuni settori professionali.

Lo spirito competitivo accompagnato ad un pizzico di umiltà che spesso in Italia manca e che ci fa risultare meno vincenti rispetto alle nostre potenzialità e possibilità.

Qual e’ il settore piu’ florido? Ci sono molti italiani che lavorano o investono?

Per rispondere a questa domanda riporto il link di un articolo pubblicato sul sito ufficiale del Consolato Generale d’Italia in cui si parla di un’importante associazione di professionisti (che cito anche all’interno del mio blog) che opera a Boston e dintorni. http://www.consboston.esteri.it/Consolato_Boston/Menu/I_Servizi/Fare_affari_nel_paese/Business_locale/

Che consiglio daresti ad un italiano che vorrebbe trasferirsi in USA?

Il primo consiglio che mi sento di dare è quello di studiare bene la lingua. L’American English non è di così immediata comprensione come molti sostengono, sia nella pronuncia che nel lessico. Partire quantomeno con un orecchio un po’ allenato potrebbe essere già un punto a proprio favore.

La realtà, poi, non è soltanto quella presentata nei telefilm. Bisognerà fare i conti con una realtà multietnica, questo vuol dire imparare a dialogare con diverse culture, convivere con esse rispettandole in tutto. Chi non possiede emotivamente questo genere di elasticità, temo che difficilmente riuscirebbe a muoversi all’interno della multiculturalità.

Augurando, di cuore,  buona fortuna a tutti i viaggiatori che lasciano l’Italia per costruirsi le basi di un futuro migliore altrove, invitandoli a non aver paura dell’incerto, vi saluto con queste parole che spesso mi hanno aiutata a superare i momenti di dubbio e incertezza:

“Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite.
 Mark Twain

Cristiano Prudente