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Andrea Lodovichetti: regista cinematografico a New York

September 12, 2013 in New York, Stati Uniti, Storie di Italiani in Giro

 

Abbiamo intervistato il regista cinematografico Andrea Lodovichetti.

Nato a Fano nel 1976, attualmente vive a New York, dove sta sviluppando alcuni progetti in ambito televisivo e cinematografico. Diplomato in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia, è stato assistente alla regia di Paolo Sorrentino per i film “L’amico di Famiglia” e “Il Divo”. Dal 2002 ad oggi i lavori di Andrea hanno ottenuto più di 50 premi e menzioni in festival di cortometraggi di tutto il mondo, tra i quali l’Italian Golden Globe e il “Looking for Genius Award” (Babelgum Film Festival) consegnatogli durante il Festival di Cannes da Spike Lee, Presidente di Giuria della competizione. Inserito per due edizioni consecutive (2008 e 2009) nell’annuario Youngblood, dedicato ai giovani italiani di spicco, nel 2010 è stato selezionato tra i 200 migliori talenti a un evento nazionale che ha avuto luogo a Roma (TnT Talent) dedicato a chi si è distinto a livello internazionale nei campi dell’arte, lo sport e la ricerca.

www.andrealodovichetti.com

Ecco la sua intervista

Ciao Andrea, dove vivi precisamente?

Ciao Cristiano, al momento vivo a New York, città (ma è limitativo chiamarla semplicemente “città”) che adoro e della quale mi sono perdutamente innamorato sin dalla prima volta che ho avuto la possibilità di metterci piede, nell’estate del 2008.

Di cosa ti occupi?

In Italia avrei risposto “sono un libero professionista nell’ambito dell’audiovisivo”, considerato che ogni volta che dicevo “faccio il regista”, 8 interlocutori su 10 ribattevano, magari non sempre in malafede – per carità: “no, intendo… proprio di lavoro-lavoro”. Scherzi a parte (quali scherzi?) faccio il regista, sono diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

Da quanto tempo vivi all’estero? Torneresti in Italia?

Mi sono trasferito negli Stati Uniti da quasi sei mesi, dopo parecchi anni di riflessioni attente ed approfondite. E’ sempre difficile trasferirsi e, in qualche modo, iniziare da capo un percorso, abbandonare il porto “sicuro”, come diceva Twain. Ma è anche vero che può succedere che ad un certo punto tu possa percepire la necessità -e attentione: non il vezzo- di dover tentare la tua strada, il perseguimento dei tuoi sogni… altrove. A me è successo esattamente così. Penso a questa possibilità dal 2009 circa, di fronte ad una serie di circostanze “stagnanti”, delle quali ahinoi molte (troppe) persone oneste e trasparenti in italia sono vittime, che di fatto mi impedivano di andare avanti. Pertanto, accantonato ogni rimanente, prepotente afflato di orgoglio che continuava a trattenermi, nel 2012 ho deciso di rompere gli indugi ed iniziare le procedure per l’ottenimento del visto O-1, quello che mi consentirà di vivere qui negli States per almeno 3 anni (per poi poterlo rinnovare, volendo)

Dico sempre che tornerei in Italia se ci fossero le condizioni per farlo, ma nella misura in cui non me ne sarei andato se ci fossero state quelle per rimanere. Ora: prendiamo, ad esempio, il problema delle raccomandazioni che, a mio modo di vedere, è un argomento di cui non si dovrebbe smettere mai di parlare (tentando di risolvere il problema, anche, ma figuriamoci: finchè il cancro della politica può permettersi di allungare i suoi tentacoli ovunque, questa rimarrà tra le impossibilità oggettive di emergere dalla melma in cui siamo finiti). Problema direttamente correlato a (mancanza di) meritocrazia e (implacabile, irreversibile, costante perdita di) qualità: ossia le ragioni precipue della quasi totalita degli espatri soprattutto, e ragionevolemnte, tra i più giovani. Allora: con Marzo Perez, montatore professionista ed amico, anche lui trasferitosi anni fa nella grande mela, facemmo tempo fa un ragionamento molto interessante che voglio riportare in questa sede. Lui sostiene, ed io sono assolutamente d’accordo, che il sistema delle raccomandazioni abbia addirittura una duplice valenza drammatica: non solo quella più evidente e che tutti conosciamo, ossia che il mercato del lavoro (qualsiasi lavoro) sia straziato da incapaci raccomandati senza arte nè parte. Ma che esista anche un livello ulteriore del problema, meritevole di attenzione: quello per cui tali personaggi, oltre a quanto detto, costituiscano un alibi straordinario e pericolosissimo per tutti gli incapaci che le raccomandazioni non ce le hanno. Ossia a dire: “non ho superato l’esame di avvocato perché c’erano i figli degli avvocati davanti a me” quando invece, in alcuni casi, forse, la realtà avrebbe dovuto portare a dirsi “non sono passato perché non ero abbastanza preparato”. “Non mi hanno assunto in quella casa editrice perché hanno dovuto assumere i raccomandati” invece di “non mi hanno assunto perché in effetti di letteratura non capisco nulla”. In questo modo, di fatto, si impedisce alle persone di crescere ed imparare dai propri errori. Si cancella la possibilità di migliorare. Ed è una catastrofe immensa. Perdonami la piccola divagazione, per quanto io la ritenga pertinente, ma era per farti capire quale sarebbe una delle succitate “condizioni” (sine qua non): tornare in un posto “normale”, in cui si possa crescere professionalmente, progredire nel lavoro, nella carriera, nella realizzazione del proprio percorso. Certo: per meriti e capacità ma al contempo ”forti” dei propri errori e consapevoli dei propri limiti; in un meccanismo che stimoli e non annienti, sproni non distrugga, accolga non isoli. A volte rido da solo quando penso a queste cose riferite all’Italia. Risata amara. Amarissima, nemmeno a dirlo.

Quali sono i tuoi progetti presenti e futuri?

Al momento ho una serie di progetti, anche molto diversi tra loro. I due più importanti, direttamente legati alla mia professione, sono due film lungometraggi. Il primo, “Scavenger Hunt For the Dying”, scritto dalla sceneggiatrice americana Katherine Van Pelt, è un “drama on the road” che vede protagonisti due giovani fratelli alla ricerca del padre che li abbandonò quando erano ancora piccoli. Una necessità, la loro, considerato il fatto che uno dei due ha scoperto di essere malato e che quella potrebbe essere l’ultima occasione per una riconciliazione prima che sia troppo tardi. Anche se sembra una tragedia cupa e straziante, il film riserva momenti di grande ilarità ed è tutto calibrato su una sorta di “cinismo disilluso e naif” che rappresenta decisamente la forza della storia e dei personaggi. L’altro progetto, cui sono particolarmente legato perché è da molto tempo che ci si sta lavorando, si intitola “Dear Mister Obama”, scritto dallo sceneggiatore italiano Eros Tumbarello. E’ la storia di un anziano cubano che, successivamente alla morte del figlio nel tentativo di raggiungere su una barca improvvisata le coste della Florida per realizzare i suoi sogni di musicista, decide a sua volta di andare negli States per parlare con il Presidente e convincerlo a togliere l’embargo contro Cuba. Il soggetto di questo film, quando Eros me lo propose, mi fece letteralmente rabbrividire. E ricordo che gli dissi: Eros, scrivi questo film. Dobbiamo fare questo film! Eravamo proprio a NYC, ed era il 2010. Sono due progetti diversi tra loro, come genere, come budget, come stile. Ma li ritengo entrambi eccezionali e, insieme agli sceneggiatori ed alla mia manager Alexia Melocchi di Little Studio Films (California), sto lavorando davvero come un pazzo per portarli a termini in breve tempo. Non è facile, nemmeno qua ma… ce la faremo!

Quali principali differenze lavorative hai potuto riscontrare nel tuo settore tra l’Italia e gli USA? 

Dico una cosa per tutte, perché sarebbero miliardi. Dico: la curiosità, nel senso più vivo e vivace del termine. Qui c’è entusiasmo, ovunque. Interesse. Nei confronti di storie, persone, progetti. Qui si vive immersi nell’ottica del “wow, parliamone!” e non del “chi ti manda?”. Lo si respira tutti i giorni. Qualsiasi mestiere tu faccia, di qualsiasi cosa tu ti occupi: la sostanza non cambia – a quanto mi dice chi non è dentro il mio campo. E’ fantastico perché puoi ritrovare l’energia, la voglia di confrontarti, di buttarti in avventure nuove, di metterti in gioco. Recuperi la motivazione. La propensione a “fare”. Cose delle quali in Italia, se sei nel mio ambito professionale e non hai santi in paradiso (o meglio ancora, parenti in parlamento) ti dimentichi completamente – sia nella relativa valenza, che nell’insito valore. Terribile.

 Che consiglio daresti a chi voglia tentare la tua carriera? Italia o estero?

Sarebbe stupido suggerire a chi fa il mio mestiere di fare qualcosa di diverso rispetto a ciò che io ho deciso di fare, seppur con una certa sofferenza. SI, perchè certo non è facile e le cose vanno

conquistate non solo con caparbietà e tenacia ma anche mettendo in conto sacrifici: sarebbe altrettanto stupido sostenere che si possa fare tutto, subito e senza fatica. Perchè l’America sarà pure la patria delle opportunità, ma queste vanno cercate, trovate, fatte fruttare. La concorrenza è spietata, ma percepibile quale “sana”. Pertanto tutte le difficoltà si riescono a vivere come parti integranti e necessarie di una sfida positiva, eccitante. Inevitabile. E’ una gara aperta e corretta, su un campo da gioco neutro. Quindi sta a te, farti valere. Tutto questo è stimolante, non avvilente come succede altrove in cui, anche se riesci a giocare, la partita è probabilmente truccata e non ti porterà mai da nessuna parte. Vorrei concludere, ringraziandoti per questa intervista, con una frase di Massimo Gramellini che mi toccò profondamente: “Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo,puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione”

 

Cristiano Prudente