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Vivere e lavorare in Malesia: l’intervista a Marco | Italiani in Giro, Italiani all'estero, Lavoro all'estero per Italiani

Vivere e lavorare in Malesia: l’intervista a Marco

March 31, 2014 in Asia, Malesia

Marco: a Youth Corruptor

Marco: a Youth Corruptor

Marco Ferrarese è un musicista metal punk, autore, scrittore di viaggi freelance e antropologo in fieri. Dopo 10 anni passati a suonare in giro per Europa e Stati Uniti d’America con la band italiana The Nerds, nel 2007 ha fatto le valigie per la Cina e l’Hebei University of Science and Technology di Qinhuangdao. Da allora è rientrato in Italia solo nel 2012, alla fine di un’odissea alla Marco Polo che da Singapore lo ha riportato a Milano prevalentemente in autostop. Ha viaggiato in lungo e in largo in 50 paesi nel mondo. Dal 2009 è di stanza nel Sud Est Asiatico, con base in Malesia, ed ha esplorato quasi ogni paese asiatico in cerca di piste insolite. Le sue storie sono oggi pubblicate in riviste e siti web sparsi in tutto il mondo, tra cui Travel + Leisure Southeast Asia, Bangkok101, Time Out Penang, Southeast Asia Globe, Clive, Bootsnall, Vagabonding e Penang Monthly. Come se non bastasse, suona la chitarra solista e gira il Sud Est Asiatico con la band thrashcore malese WEOT SKAM.

 

Hai viaggiato e vissuto un po’ ovunque nel mondo. Cosa ti ha spinto a scegliere l’Asia come tua base operativa?

Sono arrivato per caso nel 2007 accettando un lavoro di docente di lingua italiana in una università cinese. Avevo provato a fare il musicista full-time, cercando di trasferirmi in USA ma è stato impossibile legalmente e l’esperienza mi ha anche fatto capire quanto gli Americani non siano l’etnia più giusta con cui compartire i miei spazi. Stare in Cina mi ha spezzato le corna e le gambe, e mi ha raddrizzato la schiena. Noi Italiani siamo troppo viziati, non capiamo proprio niente di come gira il mondo in genere, e stare in paesi diciamo “terzomondisti” mi ha aiutato a capire come invece credo  giri. Sicuramente anche il basso costo della vita e la perenne avventura che mi sono cercato hanno influenzato la mia scelta. Ma sicuramente, l’Asia non è per tutti, soprattutto, appunto, non per viziati Italiani.

Che differenze trovi, in ambito lavorativo, tra Malesia e Italia? E in ambito artistico- culturale?MonkeyMotherfucker

Allora mettiamo in chiaro inizialmente che io sono un po’ speciale e non lavoro tradizionalmente, nel senso, io non posso lavorare sotto a un capo. Non fa per me. Io sono uno studente della vita, e più generalmente un freelancer. Mi prendo i miei periodi, in genere, un anno di viaggio ogni due di stanza e produzione. Comunque, in ambito lavorativo, sicuramente meglio la Malesia. Forse perché io sono un bianco e loro hanno ancora un po’ di retaggio coloniale, o forse perchè l’economia qua è in grande sviluppo, e ci sono ancora molte possibilità. In Italia, invece, non ce ne sono affatto: quando vivevo in Italia parlavo tre lingue ed avevo una laurea, e la gente non mi prendeva a fare nemmeno il commesso al supermercato. Ho capito dopo che probabilmente avevano paura che io fossi troppo intelligente; ma quando vedevo chi lavorava nel turismo, gente che non riusciva nemmeno a parlare l’Italiano, bhe… in un paese col 60% del patrimonio UNESCO mondiale… insomma ti ho gia’ detto tutto. In Asia in genere è piu’ facile rapportarsi coi media, ricevere attenzione. Esiste una meritocrazia che, per quanto sempre e ovviamente legata ai ganci, ti permette comunque di avere quella possibilità, quei 5 minuti che se te li giochi bene, taaaac.
Lo stesso succede in ambito artistico-culturale: l’Asia di oggi sta ancora cercando un’identità, e soprattutto in campi sub-culturali come la musica o il cinema, è abbastanza occidentalista. Dunque, entrando in campo come un occidentale e avendo un’esperienza che qua a loro manca – soprattutto per via dei retaggi culturali e familiari che li bloccano – , un bianco è certamente avvantaggiato. Detto questo, non è che tutta la fuffa qua diventi oro, anzi. Ma ti faccio un chiaro esempio nel mio campo: in Italia, Feltrinelli o Mondadori non metteranno MAI in vendita delle antologie di racconti fatte chiedendo al popolo di inviare i propri racconti, senza agenti, senza niente. Qua si fa, e funziona abbestia.  Quei libri sono bestsellers nazionali, e ti basta inviare un manoscritto durante il periodo di richiesta per avere una equa opportunità di essere scelti. In Italia? Ma fatemi il piacere! Impossibile anche solo tentare di pensare di vivere come un artista, nel “Belpaese”…

Cos’è la cosa più difficile a cui abituarsi quando si vive in Malesia? E la lingua è un problema?

L’Inglese è ampiamente parlato da tutti e la lingua nazionale, il Bahasa Melayu, è scritta in caratteri romanici e non è molto difficile da imparare se uno vuole proprio fare l’esperienza. Tantissimi non lo fanno, comunque. Io non ho avuto problemi ad abituarmi a niente perchè avevo già esperienza di vita in Cina, e cercavo proprio questo: un paese caldo, umido, tropicale, sempre bollente. Ventilatori accesi tutto l’anno.  Sicuramente per un Italiano il cibo qua può andare un po’ male, perchè molto speziato e piccante. Ma la varietà è incredibile. Io lo preferisco anche al cibo italiano se devo essere sincero… indiano, cinese, indonesiano, malay, baba-nyonya, è tutto un misto… son qua da quattro anni circa, e ancora mi capita di provare piatti nuovi, soprattutto quando visito parti del paese (soprattutto in Borneo) con diverse minoranze etniche.

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Hai recentemente pubblicato un libro, Nazi Goreng, ambientato nella comunità Skinhead malese. È stato difficile trovare un editore asiatico per il tuo libro?

Il libro (che puo’ essere acquistato qui) non è ambientato nella comunità Skinhead malese, ma ne prende un estremo esempio – i Neo Nazisti malay – per fare una critica alla situazione razziale della Malesia intera, che è un crogiuolo di razze che si sopportano solo in apparenza. È un libro molto particolare, ed è stato sia molto apprezzato che molto denigrato, perchè appunto il tema in sè è pura benzina sul fuoco razziale della nazione.

È stato incredibilmente facile trovare un editore: ho spedito una proposta e due capitoli al primo, e ho ricevuto una risposta positiva in brevissimo tempo. Poi sono finito con un secondo, migliore del primo, che mi ha accettato in pochissimi giorni alla stessa maniera. Ma questo non vuol dire che qualsiasi cosa qua venga pubblicata, senza controllo qualità. Il mio libro, come dicevo, è molto particolare. È intelligente. Pensato e mirato a un certo pubblico, e dedicato a un vero problema del paese. Non sarebbe stato possibile scrivere questa storia senza aver vissuto in Malesia per alcuni anni, tentando di grattare a fondo e scoprire gli scheletri negli armadi, e chi ce li aveva messi.  Comunque,  credo sia molto più facile ricevere interesse da parte di editori e media, come ti dicevo prima. La gente qua vuole progredire, fare business e incrementare le proprie opportunità, non esistono le logge massoniche dell’Italia da Bere, le “famiglie mafiose”, le gerarchie artistiche, e tutte quelle cazzate lì. Ed è infinitamente triste che, come un Salgari al rovescio, io pubblichi il mio debutto a Singapore, senza nessuna possibilità di fare nemmeno un grammo dello stesso successo in Italia. E manco mi interessa, ti confesso.

Si e no. E spero che non molti vogliano trasferirsi da queste parti, perché i bianchi hanno già rovinato abbastanza le cose. Il Sud est Asiatico è un insieme di una decina di paesi, ognuno con culture, religioni, razze e problemi diversi dunque non si può generalizzare. Anche a livello di visti, ogni paese ha i suoi problemi burocratici. Molti sono già venuti ad aprire i soliti esercizi di ristorazione e alberghieri, chi con più e chi con meno successo. Conosco tante storie, orribili o interessanti, ma mai “incredibili”. Qua si guadagna poco, molto poco se uno calcola in Euro. Si viene qua per passione, non per soldi. Ci sono possibilità per insegnanti di lingua Inglese, ma non per Italiani o non-madrelingua in genere, anche se ci sono delle eccezioni. Ovviamente, il lavoro lo si trova da qua, non dall’Italia, ed è dunque meglio venire a vedere e provare prima di persona, per poi decidere che fare di conseguenza. Se sei “fortunato” (per me non è affatto una fortuna), una compagnia europea ti manderà qua a vivere in una bolla di sapone aziendale. Personalmente preferisco vivere tra la gente locale, sgomitando tra di loro e imparando a fare quello che fanno loro, a modo loro. Ci sono tanti modi per stare qua, ed è auspicabile che se uno proprio vuole venire, lo faccia rispettando le regole del paese che decide di provare. La pasta e il caffè son cose italiane: qua si mangia riso anche a colazione, se capite quel che voglio dire. Per me, per la prima categoria di persone, non c’è nessuna possibilità in Asia, se non quella di contribuire a rovinare la bellezza e purezza di questa parte di mondo.

Cosa consiglieresti a un italiano che vorrebbe trasferirsi in Malesia?MarcoMonkeySumatra

Vai a Kuala Lumpur dove la vita costa di più, avrai appartamento con piscina e l’attenzione di tante femmine/ragazzi multicolori ammaliati/e dallo smargiasso/bellezza latina,e  penserai di aver capito tutto del paese. Invece non ne capirai un cazzo, fidati, solo i lustrini. Perlomeno, rimarrai fuori da quei luoghi che ti farebbero solo piangere e vomitare, ed eviterai di rovinare con la tua insulsaggine occidentale quel che di buono è ancora rimasto per noi illuminati. Grazie. E credimi, fuori da KL è impossibile trovare un lavoro che ti soddisfi, dunque evita anche solo di provarci. Ci vuole pelo sullo stomaco. Se ne hai, provaci e buona fortuna, altrimenti, stick to the city.

 

 

 

Ecco tutti i link necessari per poter seguire Marco e il suo lavoro:

NAZI GORENG

dal sito della casa editrice

BLOG

www.monkeyrockworld.com

TWITTER

https://twitter.com/monkeyrockworld

WEOT SKAM

http://weotskam.bandcamp.com/

 

 

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